Archivio per maggio 2020

UN SALUTO E UNA PROMESSA

14 maggio 2020

L’estremo saluto al Partigiano “Canaia”

La notizia della scomparsa del Partigiano Umberto Grandotto “Canaia” ci giunge quando per le restrizioni imposte dal contagio noi dell’A.N.P.I. non possiamo portargli di persona un saluto e stringerci intorno alla famiglia. Il suo legame con l’Associazione è sempre stato molto forte, come se fosse una seconda casa per tutta la sua vita, e non c’era cerimonia cui non partecipasse con la bandiera della Sezione di Ponderano.

La sua esperienza Partigiana inizia alla fine del 1943, nei giorni successivi alla rappresaglia nazifascista, compiuta dopo lo sciopero alla Filatura di Tollegno, ed alla prima azione dei Partigiani del “Bandiera” del 21 dicembre 1943. Lui abitava allora a Tollegno, e con una ventina di altri giovani del paese salì al Carameletto nelle prime bande di ribelli. Da lì attraversarono al Pratetto, dove li accolse un Antifascista con qualche anno in più di loro, che li istruì sulla clandestinità e la dura vita che li attendeva. Definì questo colloquio come “lo spiegone” che terminava con la frase: “… qui fino alla fine della guerra non si ritorna a casa, pensateci bene”. La risposta che dovevano dare era una di quelle che avrebbe segnato per sempre la vita di ciascuno di loro, sempre che non l’avessero persa prima sulle montagne. Canaia la racconta così, in tre parole: nui j’oma acetà, noi abbiamo accettato. Da lì è stato un susseguirsi di vicende che lo hanno visto protagonista, dalla lotta in montagna alla pianurizzazione della Resistenza. A poco più di un mese dalla fine della guerra, gli toccò la terribile esperienza di vedere uccidere a Ronco i Partigiani Bartolomero Beilis “Dui meter” e Novello Curino “Attila” catturati mentre tentavano di tagliare la linea telefonica, nella strada ora intitolata Via Libertà.Quel giorno Canaia era di pattuglia, era salito da Valsera (La Bau-sera, la chiamava così) con altri compagni, fra cui nominava sempre  Breda, di origine zingara. Quell’episodio lo legò indissolubilmente a questo paese, non vi è stata cerimonia, il 25 aprile o il 27 agosto in ricordo delle case bruciate, cui non abbia partecipato. Ogni volta, in preda all’emozione, sua ed ancor più nostra, ci diceva “verrò sempre qui, finché potrò farlo”. Ancora lo scorso anno, andati a trovarlo con Carla Moglia, Sindaca di Ronco, pochi giorni prima del 27 agosto, ci ringraziò con la consueta gentilezza e ci chiese di portare il suo saluto alla cerimonia.

Ora, nel momento in cui lo salutiamo, vogliamo ritornare a quella risposta che diede entrando nella lotta: J’oma acetà. Abbiamo accettato. È in questa estrema sintesi che si coglie il valore di una scelta che, allora, alla maggior parte della popolazione appariva improponibile. Di fronte a queste parole è un bell’esercizio quello di interrogarsi su cosa avremmo risposto noi. Che  sappiamo che se le persone come Canaia non avessero creduto nell’impossibile, la Democrazia, la Libertà, la Repubblica italiana continuerebbero ad essere considerati irrealizzabili. E quell’alta idea di stare insieme in pace non si sarebbe mai trasformata dal sogno di pochi in una Costituzione a difesa di tutti. Anche di quelli che continuamente cercano di modificarla. In peggio, vista la levatura dei personaggi.

Canaia, ci dicevi cha bisogna “Ten-i da menta” (ricordarsi). Noi, che non abbiamo la tua tempra, almeno questa promessa di non dimenticarci siamo in grado di fartela, mentre ti ringraziamo in questo triste momento per la tua famiglia, che abbracciamo da lontano, per il paese di Ronco, per l’A.N.P.I. e per tutti gli antifascisti.

 

Per il Comitato provinciale biellese A.N.P.I.

Luciano Guala

foto Canaia

 

 

 

 

 

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14 maggio 2020